Pronti al decollo | TriesteAirport

Da quando ho iniziato a viaggiare, ho avuto un sogno: rientrare e trovarmi in un sistema di mobilità connesso che mi riportasse, se non a casa, almeno a Pordenone. Succede a Londra, a Berlino, Parigi, Praga, Amsterdam, persino a Bari (con una compagnia privata di treni). Atterri, ritiri i bagagli, ti orienti, scendi una scala mobile e attraversi qualche passerelle e… tac, ti ritrovi nella stazione treni (o metro) in meno di un quarto d’ora. Tutte le volte che sono atterrata a casa invece, ho dovuto scomodare papà per un passaggio in auto, oppure iniziare la mia Odissea: bus navetta, treno, bus. 80km in due ore e mezza.

È con grande orgoglio che annuncio e ringrazio la mia Regione per la realizzazione del mio sogno: da oggi volerò su Trieste Airport, certa di non dover scomodare nessuno per un passaggio, infatti in 5 minuti raggiungerò la stazione dei treni e in un’ora sarò a casa. Grazie alla realizzazione del Polo intermodale dei trasporti di Ronchi dei Legionari, che viene inaugurato oggi dalla Presidente della Regione Debora Serracchiani, solo 13 mesi dopo l’inizio del cantiere. Le prime risorse economiche erano state allocate nel 2000, ma è con il finanziamento statale del secondo lotto portato a casa dalla attuale giunta regionale che i lavori hanno potuto, un anno fa, avere inizio.

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Ma prima che un sogno in qualità di viaggiatrice, si realizza un sogno in qualità di Ingegnere, infatti si tratta di un modello su scala nazionale, unico aeroporto in Italia di mobilità sostenibile, che integra il trasporto aereo a quello su rotaia, con la realizzazione di una nuova stazione lungo la tratta Udine-Trieste, e al trasporto su gomma pubblico e privato, inserendo postazioni per la ricarica delle auto elettriche. Aeroporto, stazione, autostazione e parcheggio sono connessi attraverso una passerella lunga 425 metri, progettata dallo studio milanese Lombardini22 osservando i criteri di sostenibilità.

L’insieme delle nuove realizzazioni è finalizzata a trasformare il terminal in una struttura moderna e d’immagine.

In particolare, la passerella pedonale è stata concepita a partire dall’icona dell’aeroporto stesso, sviluppata da FUD (il brand di Lombardini22 che sviluppa il Physical Branding e il Communication Design), modulandolo ed estrudendolo, fino a creare un elemento compositivo che contribuisce alla dinamicità della facciata. Costituita da una struttura di travi in acciaio, incernierate a piloni reticolari che scaricano su fondazioni in c.a., la passerella è coperta da pannelli isolanti prefabbricati ed è chiusa verticalmente da una facciata vetrata sul lato Ovest, mentre è lasciata aperta ad Est, in modo da creare uno spazio interno/esterno che soddisfa le condizioni climatiche di ogni stagione, garantendo la protezione dalla pioggia e dal sole. Su entrambi i lati verticali, infatti, è applicato un sistema di ombreggiamento costituito da un pattern di lamelle colorate. Tale elemento, funzionale a mitigare i picchi di irraggiamento solare estivi, diventa occasione per essere un elemento decorativo, che caratterizza l’aeroporto diventandone un simbolo. Esso è stato sviluppato prendendo come suggestione la scansione ritmata dei terreni agricoli che circondano l’infrastruttura, identità del luogo in cui sorge l’aeroporto. Pieni e vuoti, come cielo e terra, scandiscono dunque la facciata, con diverse tonalità di blu. Infine, tutti i dispositivi installati sono a basso consumo energetico e sfruttano l’energia proveniente da fonte rinnovabile solare. Inoltre, di 84mila metri quadri di suolo del sito, solo il 47% è edificato per ridurre impatto ambientale e rispettare i cicli di assorbimento naturale della pioggia da parte del terreno.

“La trasversalità del lavoro compiuto per l’aeroporto di Trieste mette in luce la consistenza, la coerenza e densità delle competenze in Lombardini22. La passerella pedonale rappresenta un oggetto nel paesaggio, non di mera architettura. La nostra ispirazione è giunta dall’aspetto delle centuriazioni romane e dai colori del cielo e della terra. PPer un’infrastruttura complessa come quella di un aeroporto la sfida principale per noi è stata quella di gestire la complessità tra funzione e spazio, offrendo una migliore esperienza dello spazio ottimizzando i flussi e l’accessibilità”.  Adolfo Suarez, direttore di L22 Retail

Contemporaneamente con la passerella, sono stati inaugurati il nuovo ingresso, la nuova pensilina della facciata e spazi di attesa e commerciali dell’area partenze e dell’area arrivi. Obiettivo di tutti gli interventi è la semplificazione per i passeggeri di orientarsi, attraverso un linguaggio universale, chiaro ed immediato dei luoghi e della segnaletica.

“Il nostro incarico ha comportato in primo luogo la decisione di come completare esteticamente l’opera rimanendo rispettosi del territorio e del lavoro già svolto in precedenza, attraverso un’integrazione paesaggistica che rende leggibile e coerente lo spazio dell’architettura e la scelte della grafica. Per FUD la sfida vinta è quella di aver aggiunto valore e qualità in una architettura di servizio dalle peculiarità uniche come quelle richieste da una infrastruttura quale un aeroporto”. Domenico D’Alessio, direttore di FUD

La sfida che resta al territorio è quella di sviluppare una rete di percorsi in treno e autobus, e incrementare i voli, favorendo le coincidenze tra i diversi mezzi di trasporto, al fine di rendere l’aeroporto del Friuli Venezia Giulia competitivo rispetto a Venezia non solo per attirare turisti, ma soprattutto per essere per noi friulani la prima scelta, perché la più comoda ed economica.

Si ringrazia Lombardini22 per il materiale fotografico e concettuale fornito.

Pensiero di un’allieva, al suo primo Maestro

Caro Prof,

ho ricevuto la notizia dal mio “figlioccio”, un suo attuale studente, ancora scosso da quanto gli fosse accaduto a scuola durante la ricreazione. Sono certa di non essergli stata d’aiuto nella sua ricerca di conforto, visto che alle sue parole ho sentito le gambe cedere, le braccia tremare e la bocca impastarsi.
Il primo pensiero è andato a sua moglie e ai suoi figli, dei quali spesso in classe ci raccontava orgoglioso come crescevano. A loro rivolgo le mie condoglianze, e dedico queste parole, sperando possano fargli piacere.

Durante questa giornata triste sono riaffiorati alla memoria i ricordi dei cinque anni di Liceo, in cui la sua figura è diventata, anno dopo anno, una presenza rassicurante, severa e allo stesso tempo complice.
Ricordo il primo disegno consegnato, in cui mi disse che avrei potuto impegnarmi di più, e ricordo il disegno successivo, la riproduzione di una testa di cavallo, della quale mi presi cura e cercai di affinare i tratti della matita per settimane. In classe pretendeva ed educava al rispetto reciproco, sapeva bene che nella nostra sezione ci aspettavano materie toste, così cercava di insegnarci e farci imparare la sua materia attraverso lezioni “a braccio” e appassionate sulla storia dell’arte e sull’architettura, ci permetteva ogni semestre di approfondire un argomento del corso e cercava di portarci fuori dall’aula, a mostre, cinema e spettacoli teatrali a tema.

Sa Professore, fino agli anni di Liceo, da grande sognavo di diventare una pediatra. Con le sue lezioni e le ricerche che ci faceva fare, ha suscitato in me la curiosità verso l’architettura, la quale ho iniziato a coltivare quasi per gioco, fino al giorno in cui ho capito di trovarmi sulla giusta strada per il mio futuro, perchè stavo facendo ciò che più mi piace e mi emoziona, progettare luoghi per le persone.

Da qualche anno ho voluto tornare da lei, sperando di renderla orgoglioso di sapere che una sua studentessa (certamente non l’unica) avesse voluto seguire la sua stessa strada. Così si è rivolto a me con un confronto tra professionisti alla pari, e mi sarebbe piaciuto molto condividere con lei idee innovative per nostra città, affiancandola nei progetti che già da qualche anno stava disegnando per Pordenone.

Non ho fatto in tempo a raccontarle questi pensieri, e probabilmente nemmeno a ringraziarla abbastanza. I Professori al Liceo hanno una grande responsabilità, quella di far spiccare il volo ai propri studenti. Lei aveva a cuore i suoi studenti e, in particolare, coloro che credevano in lei, sapeva guidarli verso il proprio futuro.

Alla comunità mancherà un bravo e dedito Professore e Professionista, mancato proprio nei corridoi della sua amata scuola.
un’allieva,
al suo primo Maestro

Riflessioni sul tetto d’Europa

Per fare un bilancio dell’anno in chiusura mi sono concessa una vista speciale, dalla cima del grattacielo più alto d’Europa che porta la firma del Maestro Piano: the Shard.

Guardando giù ho osservato il brulicare della gente, gli edifici incastonati l’uno sull’altro ordinatamente, le salite dei ponti, i vicoli stretti e le grandi strade, che mi hanno ricordato la frenesia di quest’anno, gli impegni e le scadenze, le sfide e le difficoltà, i treni presi e i tantissimi aspettati.

Poi ho alzato lo sguardo verso l’orizzonte pensando alle nuove avventure che mi attendono… e ancora una volta ho capito che non si arriva se non per ripartire; un po’ stanca, ma ricca di un grosso bagaglio di conoscenze e competenze, certa di avere accanto solide compagne di viaggio, e di poter contare su persone che mi hanno sempre supportata e che mi vogliono bene.

Reblog | Non è solo un luogo, ma un terzo educatore

Pubblicato il 6 dicembre sul blog dell’Atelier Creativo di Casarsa della Delizia (PN)


 

“Progettare scuole è dare risposta al bisogno di prendersi cura gli uni degli altri. È il terreno comune per dare forma a qualcosa di nuovo, il seme del futuro.” (B. Weyland)

Quando la scorsa primavera mi è stato proposto di aiutare le maestre dell’I.C. di Casarsa all’allestimento dell’Atelier Creativo, ho voluto accettare per due motivi. Innanzitutto credo molto nella condivisione delle proprie conoscenze e delle proprie competenze per non tenerle chiuse in un cassetto che servono a poco, inoltre, seppure non sia stata la mia scuola, in quelle aule sono cresciuti almeno la metà dei ragazzi scout che negli anni ho conosciuto e ho visto crescere.

Professionalmente ho avuto l’occasione di lavorare sul progetto di due scuole, una partecipando al Concorso di idee “Scuole Innovative”, promosso dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, il secondo durante un workshop organizzato grazie ad una collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e la “School Of Sustainability” (una scuola che indice un Master di II livello che ho avuto l’onore di frequentare da ottobre 2016 a luglio 2017), in cui attraverso la partecipazione di una ventina di ragazzi delle superiori provenienti da tutta Italia e della pedagogista Beate Weyland, e sotto la direzione artistica dell’architetto Mario Cucinella, abbiamo gettato le basi per la progettazione di un Istituto secondario di II livello che potrà essere realizzato nelle zone colpite dal terremoto, del Centro Italia.

Da queste esperienze ho capito la responsabilità, come progettista, del prenderci cura delle scuole, che sono gli edifici all’interno dei quali si realizzano i processi della trasmissione ed elaborazione del nostro patrimonio culturale. Il pedagogista Loris Malaguzzi rifletteva sullo spazio come “terzo educatore”, il quale viene dopo la famiglia e la scuola, e cercava di capire come esso influenzi il comportamento dei bambini e delle insegnanti.

L’Atelier Creativo sarà lo spazio della riflessione, della condivisione, della sperimentazione, dell’immaginazione e della costruzione dei propri talenti. Per questo motivo, il luogo che lo accoglierà deve rispondere a tre caratteristiche: flessibilità, bellezza ed innovazione.

Progettare luoghi flessibili significa progettare luoghi limpidi, comprensibili ed adattabili.

Flessibilità significa poter usare gli spazi come meglio desiderano gli utenti. Flessibilità è sinonimo di multifunzionalità, che si esplica attraverso la scelta di arredi leggeri e versatili. Per questo motivo sono stati scelti banchi componibili in configurazioni diverse rispetto a quelle per le lezioni frontali a cui i bambini sono solitamente abituati. I banchi infatti possono aggregarsi a due, tre, quattro o a più unità, a seconda di quanti bambini lavorano allo stesso progetto. A questi sono affiancate sedie colorate, leggere e con forme morbide, per favorire l’autonomo spostamento di queste da parte dei bambini.

La bellezza è una promessa di felicità! È difficile descrivere la bellezza in modo oggettivo, ma se ci rifacciamo ai canoni dell’architettura classica, essa corrisponde all’armonia e alla simmetria delle cose. La bellezza si può tradurre in coerenza, ovvero in come i diversi elementi presenti nello spazio si combinano tra loro. Nella scelta progettuale, grande attenzione è stata data all’armonia dei colori. È stato scelto il colore giallo, che è il colore del sole e produce un senso di calore, piacere, vivacità, energia. Il giallo è un colore che attira immediatamente l’attenzione e quindi può avere un effetto molto positivo e salutare quando i nostri occhi ci si posano.Suscitando una sensazione d’espansione e spingendo al movimento, il giallo corrisponde ad una condizione di libertà e autosviluppo. L’aspetto estetico corre di pari passo a quello funzionale, e certamente un luogo “bello” favorisce la crescita culturale dei ragazzi.

L’innovazione infine, si attua quando è in atto un processo di cambiamento migliorativo. Nella natura dell’uomo è intrinseco il tendere al miglioramento. È questo l’aspetto di innovazione che con la progettazione del layout abbiamo voluto dare all’Atelier. In questo senso, alla parola innovazione si associa la parola creatività, intesa come la possibilità di autorealizzazione dei bambini data dall’audacia, dal coraggio, dalla libertà e dalla spontaneità. L’Atelier resta per questo motivo molto libero e poco caratterizzato, per far spazio alle idee dei bambini. L’idea è che sia un luogo continuamente “personalizzabile”, in cui appendere progetti e disegni, costituito da minor vincoli possibili, allo scopo di non incanalare la curiosità dei bambini, ma viceversa favorire la loro fantasia e la loro creatività, lasciando ogni porta aperta all’innovazione.

Sono felice di poter dare una mano in questo progetto, a cui auguro di diventare uno “spazio amico” per tutti gli studenti che lo frequenteranno. Un luogo che riuscirà a realizzare i loro progetti e i loro sogni.

Ing. Elena Biason

Partire per costruire | concorso Racconta Estero

Everybody need to find their way. Sometimes it is easy and sometimes a bit more difficoult. Sometimes it take a few, sometime it takes a long time. Sometime people find it close to where they live, and sometimes they need to go away. A short lucky story of a girl try to achive her dream, just as anyone else. Her dream is to be a good architect who takes care about people and envirnoment, and so she decided to go in the place where Bauhaus born.

Ottobre 2015
A sei mesi dalla Laurea e centinaia di curricula inviati, capisco che se voglio inseguire il mio sogno devo allontanarmi dal Monte Cavallo che da quando sono nata mi sovrasta e mi protegge. Così, per la prima volta, compro un biglietto di sola andata. La meta è la capitale tedesca, perché tra le tante email inviate, dalla Germania ho ricevuto risposta. Parto. Non so quando tornerò, forse prima del previsto, forse fra molto tempo. Parto mossa da un sentimento di scoraggiamento che ora ha raggiunto il limite, dopo tante porte chiuse e possibili occasioni sfumate.

Gennaio 2016
I miei genitori mi accompagnano in aeroporto; per la nostra famiglia non è nuovo: mio fratello Guglielmo, diec’anni fa, partiva per Londra, dove ancora lavora.
La valigia e il bagaglio pesano circa quanto me, ma il peso maggiore lo sento nel dover lasciare il mio Paese per cercare fortuna altrove. Sebbene in Italia si viva bene, per molti giovani laureati in questi anni di crisi, poter fare il lavoro per cui hanno studiato è un’utopia. Oggi sta diventando sempre più difficile fare il mestiere dei nostri genitori, e la scuola forma per professioni che stanno scomparendo. Non resta che re-inventarci, e per farlo è necessario partire per posto in cui iniziare da capo e da soli, per conoscere e per confrontarci con nuovi modi di fare e pensare.
Berlino mi dà il benvenuto sotto una tormenta di neve a qualche decina di gradi sotto lo zero: scopro che a quella temperatura i fiocchi di neve li senti come piccoli picchiettii e che le lacrime gelano sulle guance. Decido che è giunto il tempo di affrontare il motivo per cui avevo deciso di partire: darmi da fare e ridare ad Elena un’occasione dove investire le competenze acquisite. Un grande senso di inadeguatezza pervade le persone che non sono riuscite ancora a realizzare i propri sogni, è come venire rinchiusi in una gabbia. Ma io ero lì per aprire quella gabbia e spiccare il volo.
Ho vissuto a Berlino da “Berliner”, studiando la lingua, lavorando in una birreria e bussando alle porte degli Architeckten. Ho potuto anche visitare la città, che conoscevo bene per gli edifici. Berlino è un museo a cielo aperto: in ogni via si intrecciano la storia della Shoah e quella della Guerra Fredda, che i tedeschi raccontano per non dimenticare.

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Aprile 2016
Compro il biglietto di ritorno, sono passati tre mesi da quando sono partita. Dall’Italia qualcuno si è accorto di me. L’esperienza a Berlino è stata utile per la mia crescita e formazione. Dai berlinesi ho imparato uno stile di vita puntuale, concentrato sul raggiungimento degli obiettivi fissati, e ho imparato l’importanza di ricordare da dove veniamo e qual è la nostra storia, punto di partenza per poter costruire un futuro innovativo.
Ho capito che per far sì che le cose accadano bisogna volerlo, ed è necessario scuotere la propria comfort zone affinchè si generi e si propaghi energia. Ho capito che il futuro in parte è da scrivere, in parte lo scriviamo noi, inventandolo ogni giorno.


Pubblico il saggio breve scritto per il concorso IRSE RaccontaEstero 2016, per il quale ho vinto il secondo premio categoria over 21. Nel ritirare il premio ringrazio la Casa dello Studente di Pordenone per prendersi cura dei giovani, dando loro opportunità e speranza, supportandoli nel difficile percorso di costruire il proprio futuro.

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Mi piace raccontare la mia storia come un caso molto fortunato e protetto di migrazione. Dopo essermi laureata in Ingegneria civile ho provato a mettere in pratica le competenze acquisite. Inutile raccontarvi le difficoltà.

In quel momento ho capito le parole di un grande Maestro che incita i giovani a partire, e poi ritornare. Ho sentito che se avessi voluto, un giorno, fare la differenza nella mia regione, avrei dovuto prima scoprire il mondo fuori, per imparare e per guardare da un’altra prospettiva. Perché partire ti priva delle certezze e degli agi, ti scuote e ti obbliga a trovare una nuova situazione di equilibrio.

E per questo motivo sono andata un anno fa a Berlino, e ora mi trovo a Bologna in una realtà internazionale. Di queste esperienze trovo due cose in comune:

  1. il tempo si dilata: si tratta di un “sano periodo di egoismo” in cui dedichi la maggior parte dei tuoi sforzi al motivo per cui sei partito, allora sembra che ti vengano regalate alcune ore in più ogni giorno perchè stai facendo proprio quello che ti piace;
  2. si crea una rete di relazioni di empatia con persone che hanno diverse storie, abitudini e culture, ma che sono nella tua stessa condizione, lontane da casa e inseguono il proprio sogno.

Vi svelo che il Maestro a cui preso in prestito le parole è l’architetto Renzo Piano, che precisamente dice:

“Secondo me i giovani devono partire, devono andar via, ma per curiosità e non per disperazione. E poi devono tornare. I giovani devono andare per capire com’è il resto del mondo, ma anche per un’altra cosa, ancora più importante, per capire se stessi.”

Da quando ho saputo di aver vinto il secondo premio, ho provato a ricontattare il mio professore di italiano de Liceo, Pieraldo Colussi, del quale ho apprezzato la severità solo qualche anno dopo. All’esame di maturità mi salutò approvando la scelta del percorso tecnico/scientifico che avrei intrapreso, e mi invitò a non smettere di leggere e di scrivere, magari proprio sui temi che mi interessavano.

Lo ringrazio, per non avermi mai scoraggiata e per avermi sempre dato fiducia.

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Elena

Reblog | Gestire la calamità

Riporto il mio articolo comparso il 25 gennaio su ingegneri.info


L’evoluzione e l’avvento della tecnologia delle costruzioni hanno amplificato il potenziale catastrofico degli eventi calamitosi poiché essi investono strutture e contesti costruiti complessi. La necessità di porsi in un assetto di difesa nei confronti di eventi non prevedibili ha spinto l’uomo a individuare da sempre misure che limitassero tali effetti disastrosi. Negli anni ’50, negli Stati Uniti, si è storicamente sviluppata la disciplina del Disaster Management, inizialmente al fine di predisporre misure necessarie per fronteggiare un eventuale attacco nucleare. Da allora, tale disciplina si è evoluta, allargando l’obiettivo alla protezione delle comunità da qualsiasi rischio e valorizzando il concetto di protezione e prevenzione, di cui le comunità sono parte attiva del processo di pianificazione in tempo ordinario e del processo di gestione al momento dell’emergenza.

La gestione di uno stato di calamità e il Piano di Emergenza di Protezione civile

Uno stato di emergenza è una variazione improvvisa e limitata delle condizioni di vita ovvero una condizione di instabilità diversa dall’equilibrio di uno stato di normalità. Emergenza e normalità sono intrecciate tra loro e a volte capovolte nei tempi di durata. Un evento calamitoso costituisce un elemento di discontinuità del processo di evoluzione umana, che si traduce con la rottura del proprio bagaglio di identità e memoria. Un evento di questo tipo viene inquadrato e considerato nel proprio sviluppo complessivo, costituito temporalmente da un prima, un durante e un dopo, che impongono una gestione delle emergenze (Disaster Management) che sia in grado di sviluppare tanto una cultura del soccorso quanto una progettualità in grado di definire in maniera scientifica i modi e le forme di intervento, secondo una visione complessiva del fenomeno.

Il Disaster Management risponde, in situazioni di emergenza, all’immediata necessità di dare una provvisoria sistemazione alla popolazione colpita e alle funzioni strategiche, sanitarie e produttive di prima necessità, infatti gli insediamenti temporanei sono una risorsa indispensabile quando si verificano eventi calamitosi che comportano un rischio elevato per la vita umana e per la perdita del tessuto edilizio, conseguenti a fenomeni naturali o per azione dell’uomo. La definizione dei campi di accoglienza è riconducibile alla fase di preparazione, in cui viene operata l’analisi dei rischi per la conoscenza della vulnerabilità, e come tale intende proporre uno strumento costruito in condizioni ordinarie per ottimizzare la risposta a un possibile evento calamitoso.
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Il Disaster Management

Nato negli anni ’50 nel National Opinion Research Center dell’Università di Chicago a seguito della necessità di prevedere e predisporre misure per fronteggiare e limitare il potenziale distruttivo degli eventi. Il concetto di Disaster Management si sviluppa al fine di fronteggiare qualsiasi tipo di evento che possa provocare vittime e danneggiare il patrimonio costruito; esso viene definito come un ciclo: dal processo con cui le amministrazioni pianificano e cercano di ridurre l’impatto dei disastri (previsione, prevenzione, mitigazione e preparazione), alle operazioni da mettere in atto durante l’emergenza (acuta e post-acuta) e alle azioni per portare la situazione a una nuova condizione di normalità (riabilitazione, riassetto e ricostruzione).

 

 

In Italia il Disaster Management e la progettazione degli insediamenti per l’emergenza sono affidati dal 1992, alla Protezione Civile (L. 225/92). La funzione principale della Protezione Civile è il soccorso alla popolazione in emergenza e negli anni le competenze del sistema si sono estese allo sviluppo della conoscenza dei rischi e alle azioni per evitare o ridurre al minimo i danni delle calamità.  Pianificare il territorio e prepararlo all’emergenza significa organizzare un sistema di risorse e competenze per la gestione dei soccorsi a seguito di improvvisi eventi disastrosi. La programmazione del soccorso rientra nelle attività di preparazione indicate nel Piano di Emergenza. La Legge 225 del 1992 definisce i criteri di programmazione del territorio e degli interventi secondo linee d’intervento semplici e flessibili, definite da protocolli standard, sintetizzate nel Piano di Emergenza di Protezione Civile (L. 100/2012) con procedure distinte e proprie per ciascuna tipologia di rischio; tali procedure operative si trasmettono a tutti gli organi di comando e a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica, in quello che viene chiamato Metodo Augustus (vedi Box 2). La pianificazione di emergenza si ispira ai principi di semplicità e flessibilità: il piano di emergenza è un documento in continuo aggiornamento, che deve tener conto dell’evoluzione dell’assetto territoriale e delle variazioni negli scenari attesi. La ricerca della flessibilità degli spazi urbani, al fine di utilizzarli come strutture abitative in caso di eventi calamitosi, delinea un ambito che coniuga le problematiche della pianificazione urbana con le problematiche legate all’emergenza; le regole del territorio devono confrontarsi con le variabili complesse che si innescano a seguito di un disastro.

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Il metodo Augustus

Tale metodo prende il nome dall’imperatore romano Ottaviano Augusto (65 a.C. – 14 d.C.) il quale diceva: “Il valore della pianificazione diminuisce con la complessità dello stato delle cose” e deriva dalla cultura pragmatica anglosassone che considera il territorio e la società come un organismo costituito da funzioni fisiologiche, ciascuna specializzata nel proprio settore e che svolge la sua attività ordinaria. Uno stato di emergenza viene visto come una malattia, che altera l’equilibrio dell’organismo, durante il quale tutte le funzioni concorrono per guarire il corpo colpito, le funzioni comunali, regionali, sanitarie cooperano al fine di ripristinare la situazione di normalità.

 

 

Obiettivo del Piano di Emergenza è quello di creare uno strumento che consenta alle autorità di predisporre e coordinare gli interventi di soccorso a tutela della popolazione e dei beni, e definisce l’insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare le calamità attese, la modalità di messa in atto delle procedure in caso di emergenza, le modalità organizzative della sala operativa per lo svolgimento delle attività di comando e controllo e la disposizione degli spazi e delle infrastrutture necessari alle attività di Protezione Civile.

Il Piano di Emergenza deve contenere inoltre le indicazioni, preliminarmente definite, per la realizzazione degli insediamenti abitativi e individua l’ubicazione delle aree di attesa, di ammassamento e di ricovero, che diventeranno i nuovi punti di riferimento per la popolazione sfollata. Tali aree devono rispondere a specifici requisiti: essere in zone non soggette a rischio, essere baricentriche rispetto all’insediamento, essere pronte all’uso -poiché è fondamentale il fattore tempo-, essere localizzate in prossimità di vie di comunicazione, essere abbastanza ampie e possibilmente pianeggianti, essere dotate di allacciamenti alle reti infrastrutturali, se utilizzabili, altrimenti alle reti di emergenza.

La scelta delle aree per l’insediamento deve rispondere anche a requisiti che riguardino la qualità della vita e che tengano conto delle esigenze psicologiche della popolazione colpita, cercando di creare luoghi che riproducano un ambiente familiare e comunitario, dove sia possibile lo stabilirsi di rapporti sociali. Le persone, infatti, si trovano a fronteggiare un evento che cambia la loro quotidianità, perdendo i punti di riferimento, la propria casa e i luoghi della memoria. La garanzia di queste condizioni non è un aspetto secondario nella pianificazione generale della gestione dell’emergenza per le forti implicazioni relative al controllo delle emozioni.

 

Organizzazione distributiva dei campi di accoglienza

L’emergenza è un fenomeno improvviso di trasformazione e occupazione di spazi urbani in tempi brevi, per questo motivo gli insediamenti temporanei si presentano come agglomerato di unità abitative modulari, concepito nell’ottica di riprodurre le condizioni fisiche di un quartiere. Il riferimento metodologico e operativo è il campo militare romano, il castrum, con le sue semplici ed efficienti organizzazioni, le attrezzature e gli equipaggiamenti che sopperiscono in modo sicuro all’assenza o alla temporanea inefficienza delle infrastrutture primarie.  La logica progettuale è proiettata verso l’efficienza tecnologica degli insediamenti, una logica strategica autonoma che ripropone la serialità d’insieme attraverso modelli organizzativi a scala urbana. La logica adottata risponde alle difficoltà temporali di realizzazione delle infrastrutture e delle opere che, se realizzate in fase di emergenza dilaterebbero eccessivamente i tempi di attesa, rischiando di compromettere l’equilibrio urbano e territoriale. Il controllo delle condizioni ambientali diventa uno degli obiettivi principali e favorisce gli aspetti strumentali e prestazionali che vanno dalla rapidità di manovra all’immagazzinaggio e trasportabilità, prevedendo dei tempi limite di esercizio entro i quali programmare l’efficienza dei sistemi.

La pianificazione parte dalla progettazione delle aree di emergenza fino alla loro graduale trasformazione ragionata dalla fase di emergenza acuta al momento della riabilitazione, nell’intento di ricavare la miglior disposizione delle unità abitative e dei luoghi collettivi per i servizi sanitari, sociali, ludo-didattici per i bambini, culturali per adulti e anziani, affinché diventi possibile la ripresa delle attività economiche e commerciali e la comunità possa tornare al normale svolgimento delle attività di tutti i giorni. Si tratta di una pianificazione “in tempo di pace” che sia flessibile e adattabile ai diversi contesti, funzionale e con uno schema che si ripete, al fine di facilitarne l’inserimento in contesti diversi.

Il continuo verificarsi di emergenze e la richiesta di soccorsi in ambito internazionale ha portato il tema del provvisorio e della qualità abitativa ad un confronto costante con la programmazione degli interventi di soccorso, delineando le linee di sviluppo della pianificazione per l’emergenza. Elementi cardine del dibattito sono la distinzione per fasi dell’emergenza e la programmazione delle attività. Si distinguono 3 fasi:

  • l’emergenza acuta T0 (12 h – 1 mese), nella quale si allestiscono le aree di protezione civile: di attesa, di ammassamento dei soccorritori e le aree di ricovero del I tipo per l’accoglienza delle persone nelle tende e con le soluzioni più rapide di allestimento, per dare un riparo già dalla prima notte;
  • l’emergenza post-acuta T1 (1 – 6 mesi), nella quale le aree di ricovero del I tipo vengono rese più vivibili, realizzando gli allacciamenti alle utenze e iniziando a insediare i luoghi per la comunità, fino alla trasformazione in aree di ricovero del II tipo, con soluzioni abitative ancora provvisorie ma che permettono situazioni di vita più agevoli.
  • la riabilitazione T2 (3 – 24 mesi) inizia con lo smantellamento delle aree di ammassamento dei soccorritori, ridando la gestione della situazione alla popolazione, che procede contemporaneamente alla ricostruzione del patrimonio danneggiato.

Le prime ore dopo l’evento vengono vissute dalla popolazione con incredulità e confusione: è necessario assicurare il soddisfacimento dei bisogni primari. Trascorsi circa tre mesi dall’evento, la popolazione tende a recuperare autonomia e intimità attraverso la rielaborazione di un nuovo modello di organizzazione sociale e familiare: è necessario assicurare il soddisfacimento dei bisogni secondari.

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La piramide dei bisogni:

bisogni primari: essere in sicurezza, essere in salute, dormire, mangiare e bere

bisogni secondari: curare la propria igiene, coltivare relazioni umane e familiari

 

 

 

Si riporta una tabella cronologica delle esigenze atte a soddisfare i bisogni primari in fase di emergenza acuta, e i bisogni secondari in fase di emergenza post-acuta, quando la popolazione è cosciente e necessita di costruire una nuova identità:

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Conclusioni e sviluppi

Il piano di emergenza di Protezione civile può essere ricondotto alla fase di preparazione del Disaster Management e, come tale, intende proporre uno strumento costruito in condizioni ordinarie per ottimizzare la risposta a un possibile evento calamitoso.

I recenti eventi sismici in centro Italia, avvenuti a partire da fine estate e protratti in autunno e inverno, hanno dimostrato che, sebbene i campi di accoglienza costituiti da tende e tensostrutture siano utili per affrontare la fase di emergenza acuta, la vita in tali condizioni non può durare più di qualche settimana. Nasce il problema dell’abitare temporaneo a medio-lungo periodo. Si pone, così, l’attenzione alla progettazione e alla trasformazione delle aree di emergenza dalla fase di emergenza acuta al momento della riabilitazione, ovvero in quel momento di passaggio tra le tende e una nuova condizione abitativa stabile, attraverso strutture ancora provvisorie, ma più solide, che devono durare non più di due anni. Punti di forza di questa procedura sono la suddivisione in aree funzionali, il fatto di seguire un cronoprogramma anche nella pianificazione e il fatto di non stravolgere l’assetto del campo nel passaggio da una fase all’altra, mantenendo e maturando nella popolazione un senso di appartenenza e accoglienza, anche in situazioni disagevoli quali quelle dopo un evento calamitoso.

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Elena in 1, 5, 10 years

In a year I’d to work for MCA, since I think this architect firm is the one where I can challenge myself to be able to stand in a project from the beginning by being part of a team with a better overview, combining engineering skills with architecture.

After 5 years working and having experiences, Elena would be a senior, and she would lead a project… and I hope she would also became a mom.

In about 10 years, after have had enough working experience and a great amount of international projects, I’d come back home, and spend what I’ve learned, the “know how” of a complete design, for my region just in time for the RoadMap 2050.
Of course, in 10 years I’d take the degree in Architecture!

Di strada e condivisione

Nel viaggio di rientro dalla route negli Appennini, che ci ha portati da Bologna a Firenze a piedi impari quanto un’esperienza possa arricchirti.
Impari che dopo una dura salita ti aspetta una discesa, e che a volte la discesa non è così semplice come ci si aspettava.
E impari a camminare guardandoti attorno, lasciandoti stupire dal panorama e dai paesaggi.
E impari che ogni parte di te aiuta a portare avanti questo sforzo, dai piedi al collo, e che forse sono proprio questi ad essere i più sollecitati.
Impari a rispettare le pause, necessarie per poter ripartire.
Impari a prenderti cura del corpo la sera prima di coricarti, massaggiando i piedi e rinfrescandoti e concedendoti a un sonno tranquillo.
Impari che senza determinazione non faresti un passo. Perché camminare è faticoso e mentre sei nel tragitto non pensi se la meta ne valga la pena, ma resti concentrato sullo sforzo che ti viene richiesto in quel momento.
E impari che senza compagni di viaggio non sapresti con chi condividere la fatica e la bellezza di ciò che vedi attorno. Impari che la forza e la determinazione la troviamo nel nostro compagno.
Impari a riconoscere quando chi ti sta accanto vuole aumentare il passo per arrivare prima alla meta, e quando invece è stanco e ha bisogno di sostegno. Impari a capire quando ha voglia di ascoltare e quando ha voglia di essere ascoltato. Impari che a volte i compagni vogliono camminare un pezzo da soli, ovvero che vogliono proseguire accanto a te nella salita.

Di questa route porto a casa la condivisione, della fatica e della felicità del cammino.

La città del futuro secondo Carlo Ratti

Carlo Ratti, architetto e ingegnere, dal vivo ricorda un po’ il visionario della Silicon Valley: fisico longilineo, occhialini tondi, stile sportivo, sguardo fermo, ma lontano. L’aspetto che più mi ha colpito è la sua capacità di analizzare il mondo in modo lucido e assieme lungimirante. Ad apprezzarlo prima di me, i riconoscimenti che ha ricevuto: “uno dei 50 designer più influenti d’America” (Fast Company), “tra le 50 persone che cambieranno il mondo” (Wired Magazine), “2008 Best & brightest” (Esquire Magazine), “uno dei 60 innovatori che danno forma al nostro futuro creativo” (Thames and Hudson), “tra le 25 persone che cambieranno l’architettura è il design” (Blueprint Magazine), inserito nella lista “Names you need to know” (Forbes). Pari riconoscimenti anche alle sue opere: il Digital Water Pavillion e la Copenaghen Wheel sono inclusi nella lista “Best invention of the year” (Time Magazine) e ancora il Copenaghen Wheel ha vinto il premio “Red Dot: Best of the Best“.

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A Udine, sabato 2 luglio, in occasione della manifestazione “Conoscenza in Festa”, Ratti ci ha raccontato come cambierà la città del futuro. Affrontando il tema del suo intervento per punti, l’architetto è partito da un’ipotesi: nella città del futuro l’architettura sarà ancora una composizione di muri, tetti, porte, finestre… Quello che sta cambiando è il modo in cui viviamo la città. Di conseguenza cambierà il modo con cui saremo chiamati a progettarla.

Primo punto: la mobilità.
Da uno studio fatto dal Senseable City Lab del MIT, (di cui Ratti è il responsabile), in cui si sono occupati dei flussi dei mezzi di trasporto che ogni giorno circolano a New York, è emerso che si potrebbero portare a destinazione tutte le persone con il 40% in meno di mezzi di trasporto attualmente presenti, “semplicemente” spronando due o più persone aventi la stessa tratta da A a B, a condividere il loro viaggio nella stessa auto.
A Singapore stanno sviluppando le macchine senza guidatore, le quali creeranno un nuovo modo di trasporto, che saranno una via di mezzo tra pubblico e privato, perché potranno permettere passaggi condivisi e nessuna persona impegnata alla guida, con la sola limitazione di poter viaggiare in centro città, dove i percorsi sono mappati, e alla velocità massima di 40km/h.

Così Ratti chiude con uno spunto di riflessione:

“Pensate come potrebbe essere una città se potessimo togliere 8 macchine su 10…”

Secondo punto: la produzione industriale.
È ormai assodato che moltissimi lavori tradizionali non esisteranno più in un futuro piuttosto prossimo. Molte professioni stanno cambiando, e per i giovani d’oggi l’iter dopo la laurea non è quello a cui erano abituati i nostri genitori impiegati, notai, segretari, avvocati, ingegneri con un posto sicuro in azienda o nel settore pubblico. Diventa allora fondamentale riprogettare il sistema di istruzione al fine di preparare i bambini delle prossime generazioni agli scenari inediti che ci attendono.

L’industria 4.0, secondo l’architetto, è la chiave di volta di un arco (la società del futuro), che è tutto da costruire. Da essa si scatenano nuovi lavori, nuove figure professionali, nuove esigenze comunitarie e anche nuovi regolamenti, soprattutto a fronte di una rapida espansione dell’Internet of Things, estensione della rete al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, in cui questi possono comunicare dati e accedere a informazioni, acquisendo così una sorta di intelligenza. Il sistema produttivo si sta sviluppando verso l’uso di oggetti intelligenti, quali macchine di precisione e dispositivi controllabili via web, che recepiscono, controllano e trasferiscono dati e informazioni. In questo modo, il mondo reale viene mappato dal mondo digitale, che stabilisce un’identità elettronica per le cose e per il luoghi.

È significativo che un architetto mescoli così tanto la sua professione col mondo della tecnologia. Credo sia il segno di un approccio che della tecnologia non possa più fare a meno. Non si tratta, in questo specifico contesto, di discutere se la tecnologia sia un bene, o se invece, come dicono alcuni, è la rovina del nostro tempo. La tecnologia è l’uso che ne fai; credo pertanto che l’architettura non possa rinunciare ad un così grande potenziale, senza tuttavia snaturare l’obbiettivo che l’architettura si pone da sempre: costruire luoghi per la gente, per le comunità e per il ben-essere e il bene-stare delle persone. Solo così, l’appuntamento che ciascuno di noi ha con il futuro può rivelarsi un incontro e non uno scontro.

Dobbiamo andare incontro al futuro con fiducia e come comunità, non come singoli, perché come ha detto Carlo Ratti:

Il modo migliore di prevedere il futuro è inventarlo e, diciamo, inventarlo insieme“.

Cara Lory

Gli anni passano, e quest’anno sono otto, cara Lory.

Nella testa mi si sono affiancati due ricordi, uno dell’estate dei 18, l’altra di pochi mesi fa. A guardarli superficialmente si nota che tu, nella seconda “fotografia”, non ci sei. Ma gli occhi più attenti, quelli che guardano con amore e speranza, ti riconoscono nelle scelte di vita di amici e parenti: in un’amica che ora indossa il camice bianco e chiamiamo Dottoressa, in un’amica che a tutti i costi ha voluto studiare medicina fino a riuscirci ora brillantemente, nella tua amica d’infanzia, che ora è farmacista, in un’amica che sta facendo sacrifici per poter aiutare i nonni di Cimolais, in una compagna fisioterapista, nel tuo fratellino, che nel suo essere originale e controcorrente sta diventando un uomo, e soprattutto in chi ogni estate organizza per il tuo compleanno una festa di beneficenza per bambini, ragazzi e adulti, in cui fare sport, festa, bere e sorridere, come tu ci hai insegnato a fare.

Manchi amica, ma devi sapere che il tuo andare avanti non è stato vano. Hai lasciato un seme in ciascuno di chi, come me, ha avuto la fortuna di starti accanto. E ci hai resi persone migliori, persone che hanno capito presto quanto è preziosa la vita, cercando di aiutare chi come te, non può goderla, e non può realizzare i propri sogni.
Ti voglio ringraziare, perché mi hai resa forte, tenace, ho imparato da te cosa voglia dire lottare per qualcosa, e sono diventata ingegnere, sai? Un’ingegnere-poco-ingegnere, con un sogno grande nel cassetto, che se mai realizzerò (costruirò), lo dedicherò a te! Spero che, realizzando il mio, potrai sentire di aver realizzato anche un tuo sogno!

Te vuoi begn,
un sorriso (anche se triste),
Ele